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Il caso armani.it

Luca Armani propietario di un timbrificio in Treviglio (Bergamo) decide, nel 1997, di aprire un sito Web per pubblicizzare la propria attività, chiamando il proprio dominio “Armani.it”. Quando la Giorgio Armani S.p.A. si affaccia a Internet e, nel 1998, scopre che il nome del dominio Armani.it è già stato acquistato e utilizzato da Luca, lo investe di querele appoggiato dai suoi avvocati. In questo modo Luca si trova condannato in primo grado a sborsare 13.526 euro più IVA a favore di Giorgio, a pubblicare a proprie spese la sentenza sul Corriere della Sera e su Internet Magazine e a pagare 5.000 euro al giorno per ogni giorno di ritardo nell’esecuzione della sentenza.Luca inizia uno sciopero della fame “per affermare il mio diritto ad esistere, il mio diritto al pieno possesso del mio cognome”, come dice in una lettera aperta, e si appella contro la sentenza. Questo gesto estremo induce alla mobilitazione anche il senatore Cortiana e il popolo di Internet, perché la sentenza in favore di Giorgio Armani S.p.A. viene vista come un esempio della “prepotenza sempre più oppressiva delle multinazionali senza limiti né morali né legali”. Luca ha sospeso lo sciopero della fame il 31 dicembre 2003 e a metà gennaio dovrebbe partire la procedura d’appello, per cui la vicenda è ancora in evoluzione. A tutti, me compreso, piace vedere Davide che combatte contro Golia, al punto che spesso non hanno molta importanza le eventuali ragioni della lotta. Pensiamo un attimo a ciò che è successo e facciamolo usando il buon senso. Luca Armani ha un’attività di nome “Timbrificio Luca Armani”. E come chiama il proprio sito Web? Lo chiama “timbrificioarmani.it” oppure “timbrificiolucaarmani.it” o “lucaarmani.it”? No! Lo chiama “armani.it”. Ora, lasciando da parte l’istintivo parteggiare per il contendente più debole, non vi sembra una scelta un po’ imprecisa e imprudente? A mio parere è difficile che un’internauta digiti “www.armani.it” alla ricerca di un buon timbrificio; è immensamente più probabile che lo digiti alla ricerca dei prodotti dello stilista. Se lo scopo di un nome di dominio è farsi trovare, registrare “armani.it” non lo raggiunge affatto per Luca, mentre lo raggiungerebbe chiaramente per lo stilista Armani. Soprattutto, usare “armani.it” per un timbrificio quasi sconosciuto, anche secondo la sentenza, crea più un danno agli internauti che altro, perché induce ad una confusione. Se digitate “armani.it” nel vostro browser, vi aspettate di trovarvi nel sito di un timbrificio? No di certo. Sorprende che questo non sia stato evidente a Luca quando ha scelto il nome del dominio conteso. Sorprende anche che Luca non si sia reso conto che il più celebre Giorgio ovviamente non avrebbe gradito e si sarebbe scatenato un conflitto. Sorprende anche che Luca abbia insistito registrando il nome dii dominio “rmani.it” (che tra l’altro non è il suo cognome), in modo da poter creare un ingannevolissimo “…@rmani.it” e costituendo una società di nome “Armani Internet Solution Team Srl”, successivamente rinominata “Armani.it Srl”, come dichiara sul proprio sito. Se fossi malizioso, direi che questi sono classici sintomi di un tentativo di cybersquatting ossia la registrazione di un nome di dominio celebre per poi rivenderlo all’omonima multinazionale in cambio di un congruo pacco di soldi. Temo che questo sospetto, insieme alla causa persa contro il signor A.R.Mani (che ha registrato armani.com), sia una delle ragioni per le quali la Giorgio Armani S.p.A. ha da subito scelto la strada legale invece di inviare, come suggerisce il buon senso, una letterina a Luca in cui lo avvisava che forse non si era reso conto di creare confusione usando Armani.it per identificare il suo timbrificio. In questo sta l’errore di Giorgio Armani S.p.A.: scagliandosi contro Luca con la legge invece di trovare una composizione elegante alla vicenda, e saltando anche la normale procedura di risoluzione delle dispute sui nomi di dominio di fronte alla Naming Authority italiana, ora ne ricava un danno d’immagine difficile da sanare, per non parlar del fatto che si trova ancora oggi, a distanza di quasi cinque anni, con Armani.it intestato a Luca, quando la Naming Authority avrebbe risolto la cosa entro un paio di mesi.

1 dicembre 2004 @ 10:00

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